Dalla campagna al mare

Lunghezza: 26 km circa

Durata: 3 ore circa

È un percorso molto eterogeneo: si passa dalla campagna al mare, dalle aree di interesse archeologico e storico a quelle caratterizzate dal fascino paesaggistico come la laguna, la pineta, le aree boschive, gli spazi vasti e silenziosi di terreni destinati a colture intensive.

Dall’ufficio IAT, percorriamo un breve tratto di SR 352 (via Giulia Augusta) verso nord fino al semaforo, dove svoltiamo a destra. Per visitare il borgo Monastero, dopo pochi metri giriamo a sinistra in via Salvemini, subito dopo a destra seguendo le indicazioni archeologiche per il porto fluviale e la chiesa di Monastero. Entriamo nella piazza, sulla nostra destra,  e la attraversiamo per andare a costeggiare i grandi caseggiati che una volta erano parte integrante dell’antichissimo monastero benedettino femminile, ora sede del Museo Paleocristiano. Monastero è un borgo ricco di storia e di piccole ma intense bellezze naturali, come le rogge alimentate dalle acque di risorgiva. Arrivati all’incrocio, lo attraversiamo seguendo l’indicazione per Strazonara, inoltrandoci così nella campagna. A nord si stagliano le alte vette che uniscono il Friuli alla Slovenia e alla Carinzia; a est invece si vede il carso goriziano e più a sud quello triestino. Passiamo per le località Casa Bianca e Crocara; i terreni si adeguano ai percorsi dei fiumi di risorgiva e di scolo, formando precise geometrie che ci attestano le grandi opere di bonifica attuate negli anni 1925-30. Attraversiamo il ponte sul fiume Tiel, il cui nome deriva dall’antica divinità celtica Telo, e entriamo a San Lorenzo, frazione di Fiumicello molto conosciuta per la coltivazione delle pesche. All’incrocio giriamo a sinistra e subito dopo a destra verso la chiesetta di San Lorenzo, inserita in una zona verde che la rende adatta ad una sosta. Nelle immediate vicinanze ci sono punti di ristoro che possono offrire anche un buon pranzo con menù friulano. Lasciando la chiesa alle nostre spalle andiamo verso sinistra e subito dopo a destra per imboccare la SP 91; al ponte sul Tiel giriamo a sinistra per Belvedere sulla SP 119. Proseguiamo sempre dritti; attraversiamo la località Viola e entriamo nella provincia di Gorizia. Superiamo la località Boscat e proseguiamo sulla strada principale. Tra pini marittimi e valli per la pesca, arriviamo finalmente a Belvedere. L’abitato è singolare: a nord la nuova zona residenziale, a sud la chiesa ed i vecchi edifici abbandonati da anni, così come la villa padronale settecentesca. Risaliamo verso nord, prendendo la SR 352 che percorriamo per un breve tratto e poi, alla località San Marco, giriamo a sinistra prendendo una strada privata che consente l’accesso. La pineta di San Marco  è un’altura sabbiosa ricca di pini marittimi, con una chiesetta settecentesca che domina l’intera laguna di Grado. Se vi è possible superare i pochi metri che arrivano all’argine marino, potete rientrare ad Aquileia attraverso una strada sterrata che costeggia il Natissa. In alternativa, per il rientro ad Aquileia si può percorrere, facendo attenzione al traffico, la SR 352 (via Giulia Augusta).

In futuro, si potrà utilizzare la pista ciclabile sul tracciato della vecchia ferrovia Cervignano-Grado, che la Provincia di Udine sta attualmente attrezzando.

Notizie sul territorio

Belvedere

Il territorio di Belvedere è stato caratterizzato per secoli da terra ferma, canali, acque palustri e laguna marina. Nel 1387 fu concesso dal patriarca di Aquileia ai signori Savorgnan di Udine, i quali ne rimasero proprietari fino al 1805. In seguito, i terreni furono venduti alla famiglia dei Colloredo e, nel 1882, alla famiglia Fior. Di recente, una vasta area è stata acquistata da una società privata, che ha trasformato l'intero territorio a scopi turistici, sviluppando un grande camping all'interno di un vasto ed antico bosco e di una vecchia valle da pesca. Il cambiamento d’uso del territorio ha provocato anche un cambiamento demografico: la maggior parte degli abitanti, che fino ad allora si erano occupati della coltivazione di questi terreni, traslocò e la popolazione di Belvedere da qualche centinaio si ridusse a poche decine. Ancora oggi si possono notare vecchi e imponenti edifici rurali abbandonati. Anche la settecentesca villa padronale e le case rurali che la circondano sono ormai abbandonati da decenni, ma attestano la forte vitalità che un tempo caratterizzava questo borgo.  

La chiesetta di Belvedere, dedicata a  S. Antonio Abate, fu costruita nel 1746 per opera del conte Francesco Savorgnan nello stesso sito in cui si trovava una primitiva chiesetta, demolita in quell’occasione.

Il feudo patriarcale di Belvedere era un’insieme di territori ubicati a sud di Aquileia, a diretto contatto con la laguna gradese: la Centenara, Muson, Morsano erano infatti piccole isole.

Il toponimo Centenara deriva senz’altro dal latino centum, ma l’interpretazione è comunque incerta.  Nel latino medievale il termine centenaria poteva indicare una misura agraria, o un tipo di canale o infine essere un sinonimo della centaine franca, cioè un distretto merovingio. Trattandosi di un’area sul limite storico della laguna, prima bizantina e poi veneziana, si può giustificare l’idea dell’insediamento militare “aquileiese

San Marco

Il limite Ovest del territorio di Belvedere è costituito da un duna sabbiosa dove si trova la chiesetta settecentesca dedicata a San Marco. Secondo l’antica tradizione aquileiese, San Marco, proveniente da Alessandria d’Egitto, sarebbe sbarcato proprio su questo tratto di costa marina, per predicare il Vangelo ad Aquileia e fondarvi una chiesa. Nella Legenda aurea di Iacopo da Varazze, scritta attorno alla metà del XIII secolo, si racconta invece che San Marco fu inviato ad Aquileia da San Pietro e proprio qui avrebbe scritto il testo del suo Vangelo. Più tardi San Marco avrebbe condotto a Roma il suo discepolo Ermacora, che, consacrato da San Pietro, divenne il primo vescovo di Aquileia.

Anche se non è possibile dimostrare con certezza l’origine marciana della Chiesa di Aquileia, è certa però la sua relazione con la Chiesa di Alessandria, città con cui Aquileia aveva costanti rapporti commerciali. In ogni caso, la pretesa origine apostolica consentì alla Chiesa di Aquileia di mantenere per lungo tempo una sostanziale autonomia da quella di Roma e al suo vescovo di essere chiamato “patriarca

Beligna

Il territorio compreso tra Aquileia e Belvedere è conosciuto come Beligna, toponimo derivato dal nome dell’antico dio celtico Beleno, dio solare e luminoso, paragonabile al greco Apollo. Beleno era nume tutelare di Aquileia e la località ha restituito diverse dediche a questo nume celtico, tra cui quella degli imperatori Diocleziano e Massimiano. Erodiano racconta che nel 238 d.C., quando Aquileia dovette difendersi dall’assedio di Massimino il Trace, il dio Beleno fu visto combattere sulle mura della città assieme agli aquileiesi. Si suppone che il toponimo aquileiese sia l’estremo ricordo di un tempio a lui dedicato, forse nello stesso luogo dove, nel Medioevo, sorse il monastero benedettino maschile di San Martino alla Beligna.

La presenza in questa zona di un vastissimo cimitero cristiano, che ancora restituisce iscrizioni  risalenti soprattutto al IV e al V sec.d.C., fa supporre che già in questo periodo ci fosse in questo luogo una basilica cimiteriale cristiana. È possibile che questa basilica abbia dato origine ad un primo nucleo monacale già nel corso del V secolo.

Nel corso del IX secolo, il patriarca Massenzio compì notevoli lavori di ripristino ad Aquileia, che interessarono anche l’abbazia della Beligna. Ben presto, però, le numerose scorrerie degli Ungari  dovettero ridurre la stessa abbazia ad una rovina: un documento ci informa, infatti, che nel secolo XI, il patriarca Popone la restaurò completamente riconsacrandola a S. Pietro, S. Ermacora e S. Martino e dotandola inoltre di una reliquia consistente nel dito di S. Benedetto proveniente dai monaci di Cassino.

L’abbazia fu chiusa a metà del  XV secolo, in seguito all'occupazione veneziana del Friuli.